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Studio coordinato dall'Universita' Statale di Milano
La rivista Journal of Diabetes Research ha pubblicato uno studio condotto da Stefano Benedini, afferente al Dipartimento di Scienze Biomediche per la Salute dell’Università degli Studi di Milano, in collaborazione con il Policlinico San Donato IRCCS di Milano, l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi che dimostra come l’irisina, una molecola di recente scoperta prodotta dal muscolo scheletrico durante esercizio fisico, possa spiegare gli effetti positivi dell’esercizio sul metabolismo dell’organismo in toto.
Lo studio ha seguito 70 soggetti sani, di ambo i sessi, di età compresa tra 18 e 75 anni, non sovrappeso, privi di significative patologie metaboliche (dislipidemie, intolleranza glicidica e diabete, sindrome metabolica): 10 volontari sani sedentari, 20 volontari sani che svolgono attività fisica amatoriale (2-3 volte/settimana), 20 volontari che eseguono attività fisica semi-agonistica (4-5 volte la settimana) e 20 volontari che eseguono attività fisica agonistica a livello nazionale o internazionale (5-7 volte/settimana).
La possibilità di studiare questa molecola, per la prima volta, su atleti di élite ha permesso di valutare la quantità di questa miochina su soggetti “ipersportivi” nei quali è stato rilevato un aumento dell’Irisina che si accompagnava al grado di “benessere” dell’organismo in toto che riduce la probabilità dell’insorgenza di malattie metaboliche quali il diabete mellito, l’obesità e la sindrome metabolica. Questo stato di “benessere” è risultato strettamente correlato alla quantità di attività fisica svolta dai soggetti inclusi nei diversi gruppi esaminati.
L’incidenza di obesità e di diabete mellito è in continuo aumento nel nostro paese e in tutto il mondo a causa di fattori nutrizionali scorretti e per mancanza di adeguata attività fisica. Alla luce del continuo incremento di queste malattie metaboliche la possibilità di capire gli effetti positivi mediati dall’Irisina sul metabolismo potrebbe aprire la strada alla formulazione di farmaci in grado di “mimare” l’azione dell’Irisina producendo gli stessi effetti positivi dell’attività fisica.
Lo studio ha visto coinvolte, oltre al Dipartimento di Scienze Biomediche per la Salute dell’Università Statale di Milano e la Scuola di Scienze Motorie dello stesso Ateneo, anche due Unita’ Operative dell’I.R.C.C.S. Policlinico San Donato: l’Area di Endocrinologia e Malattie Metaboliche (Prof. L. Luzi) e l’Unita’ Complessa a Direzione Universitaria SMEL-1 Patologia Clinica (Prof. M.M. Corsi Romanelli).
Fonte: Askanew.it

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L’efficacia dei trattamenti antidepressivi serotoninergici dipende anche dal contesto ambientale in cui vive il paziente e, quindi, in cui i farmaci vengono assunti. Questo perché l’azione del farmaco consiste, almeno in parte, nell’aumentare la plasticità neurale, amplificando, in un ambiente favorevole, l’opportunità dell’individuo a ridurre o eliminare i sintomi della depressione. E’ questa la conclusione a cui è giunta un’équipe internazionale di ricercatori, coordinati da Igor Branchi, del Centro per le Scienze Comportamentali e la Salute Mentale dell’Istituto Superiore di Sanità, in uno studio pubblicato questo mese su una delle più prestigiose riviste di psichiatria, Molecular Psychiatry. Conclusione che è stata confermata in uno studio gemello condotto dagli stessi autori su pazienti depressi e pubblicato pochi giorni fa sulla rivista Translational Psychiatry.

“Gli SSRI – spiega Branchi, affiancato nell’indagine dai colleghi dell’Università La Sapienza di Roma, dell’Università di Modena e Reggio Emilia e dell’ateneo di Zurigo (Svizzera) – non risultano sempre efficaci. Per capirne i motivi, abbiamo ipotizzato come l’aumento della plasticità neurale indotta dal farmaco produca un aumento della suscettibilità agli stimoli ambientali. Di conseguenza, abbiamo analizzato, sia in modelli sperimentali sia in pazienti, il ruolo dell’ambiente nel determinare l’efficacia del trattamento. I risultati hanno dimostrato come il trattamento con SSRI aumenti in modo dose-dipendente l’influenza delle condizioni di vita sull’umore. Ciò è stato osservato sia su parametri clinici, quali la gravità della psicopatologia, che preclinici e molecolari, come i livelli di neutrotrofine e la neurogenesi”.

“Queste scoperte – conclude il ricercatore – possono contribuire a migliorare la pratica clinica, mettendo a punto strategie terapeutiche basate sulla combinazione del trattamento farmacologico con un approccio terapeutico, come la terapia cognitivo-comportamentale, che permetta, a chi soffre di depressione, di affrontare ambienti di vita avversi ed eventi stressanti con maggiore successo, aumentando l’efficacia del trattamento”.

Lo stesso Editor-in-chief della rivista Molecular Psychiatry, il Professor Julio Licinio, dedica un editoriale al lavoro di Branchi e dei suoi collaboratori, in cui commenta come i risultati ottenuti possano spiegare la variabilità dell’ efficacia del trattamento con gli antidepressivi e possano così rappresentare un passo importante per la comprensione del meccanismo di azione di questi farmaci.

Per capire la portata del problema, basti pensare che l’OMS ha definito la depressione una vera e propria emergenza sanitaria che colpisce 322 milioni di persone in tutto il mondo. Tale emergenza è aggravata dal fatto che circa il 60-70% dei pazienti trattati con il farmaco più comunemente utilizzato nelle principali forme di depressione, ovvero gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), non guarisce e il 30-40% non mostra neanche una risposta significativa al farmaco”.
Fonte: Askanew.it

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Quali saranno le malattie mentali del prossimi futuro a livello mondiale? Per 6 esperti su 10, l’allarme maggiore viene dalle nuove dipendenze, soprattutto di carattere tecnologico come internet e smartphone, seguito da disturbi neurocognitivi, come la demenza e l’amnesia. E in Italia? Disturbi neuropsicologici (49%), tra i quali soprattutto quelli legati al sonno e al calo di attenzione, seguiti da depressione (28%) e ansia (23%).

Il report viene stilato dagli esperti arrivati da tutto il mondo tra Italia, Europa, Asia, Australia, Nord e Sud America in occasione della XVIII edizione del Congresso Mondiale di Psichiatria dinamica, organizzato da un Comitato Scientifico internazionale composto da scienziati di fama internazionale, coordinato in Italia da International Foundation Erich Fromm, che ha richiamato 160 speaker internazionali, tra psichiatri e psicologi, e più di 500 partecipanti, per discutere di processi creativi nella psichiatria e psicoterapia.

Ansia, depressione e disturbi neuropsicologici come quelli legati al sonno e all’attenzione, dipendenze a tecnologie e disturbi neurocognitivi: sono questi i problemi mentali con cui la popolazione italiana e quella mondiale avrà a che fare nell’immediato futuro. Patologie che rappresentano allarmi per gli studiosi della mente del 21° secolo, e costituiscono le sfide di psicologi e psichiatri di tutto il mondo. Ad emergere sono anche altri numeri che danno l’idea dello scenario attuale delle malattie mentali sia in Italia sia nel panorama internazionale. A livello mondiale, secondo gli esperti, sono depressione (59%), ansia (18%) e disturbi di personalità (23%) le malattie più diffuse degli ultimi 15 anni, di cui le prime due con una enfasi maggiore nel corso degli ultimi tre anni. Cambia leggermente il contesto italiano dove emerge la prevalenza di casi di depressione reattiva (circa il 60%) che si caratterizza da un umore cupo e crisi di panico frequenti, seguita da disturbi del comportamento alimentare, come anoressia e binge-eating (abbuffate periodiche).

“Il congresso ha permesso di fare una riflessione della salute a livello mondiale grazie al coinvolgimento di importanti esperti ed accademici che hanno risposto ad un questionario. Ad emergere con forza – afferma Ezio Benelli, Presidente del Congresso – è che la situazione italiana delle malattie mentali vede un netto aumento di problematiche soprattutto legate alla nutrizione e di depressione reattiva. Questo soprattutto nelle regioni più industrializzate, dove si produce più ricchezza e dove, paradossalmente, la qualità della vita è peggiore perché si guadagna di più e si perde in autenticità, generando con maggiore frequenza l’insorgenza di problemi mentali”.

“Quello che dicono gli esperti è molto interessante perché permette di capire meglio quali sono i comportamenti in corso a livello sociale – afferma Vera Slepoj – e soprattutto ci permettono di fermarci a fare delle riflessioni: se l’ansia rappresenta una delle malattie del futuro, è bene pensare ad un superamento della farmacoterapia, con un migliore stile di vita”.
Fonte: Askanew.it

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Corso itinerante per medici e farmacisti
La tosse non è una malattia ma un sintomo, molto frequente in età pediatrica, di infezioni delle vie respiratorie. Colpisce fino al 36-40% dei bambini italiani in età scolare e pre-scolare mentre, la sua incidenza a livello mondiale, varia dal 5% al 40% della popolazione in base alle caratteristiche ambientali, all’età, alla stagione e all’abitudine al fumo. “Il bambino con tosse” è il focus di un Corso itinerante rivolto a medici e farmacisti che si è svolto nelle principali città italiane, l’ultima tappa sarà a Palermo il prossimo 24 marzo.
“La tosse è un meccanismo fisiologico – spiega Susanna Esposito professore ordinario di Pediatria dell’Università degli Studi di Perugia e presidente WAidid, Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici, responsabile del corso – che il nostro organismo adotta per espellere agenti infettivi presenti nelle vie aeree o smog e fumo di sigaretta o per eliminare l’eccesso di secrezioni che fungono da ostacolo al normale flusso dell’aria. La tosse si può ritenere, quindi, un importante campanello d’allarme che segnala che esistono difficoltà al normale passaggio dell’aria nelle vie respiratorie e che qualcosa, all’interno dell’albero respiratorio, non funziona al meglio”.
Nella maggior parte dei casi si tratta di un fenomeno passeggero che fa seguito a un’infezione respiratoria spesso di natura virale che si risolve da sola in meno di una settimana. In questi casi il bambino presenta anche altri disturbi come raffreddore o mal di gola e, a volte, anche febbre. “Spesso a determinare la tosse – aggiunge Susanna Esposito – è il passaggio di muco dalle fosse nasali alla gola che si verifica per esempio durante i cambi di posizione. Ecco perché si fa sentire soprattutto al mattino appena svegli e quando si va a letto. Ma la tosse rappresenta principalmente uno strumento di difesa per l’organismo e non va bloccata. E’, quindi, importante evitare prodotti senza prove di efficacia che possono, in alcuni casi, avere effetti collaterali. E’ interessante sottolineare come la European Medicines Agency (EMA) abbia inserito rimedi naturali a base di miele, Althea officinalis ed edera tra i prodotti autorizzati per il trattamento della tosse in età pediatrica a seguito di studi clinici che ne hanno documentato l’efficacia e la sicurezza”.
La tosse rappresenta uno dei motivi che più frequentemente porta a consultare il pediatra, ma quali sono i rimedi più efficaci per dare sollievo al bambino con tosse? “Farlo bere molto – spiega l’esperta – usare umidificatori per ambienti, praticare lavaggi nasali con la sola soluzione fisiologica per umidificare le vie aeree e, soltanto in casi specifici, l’aerosol con farmaci broncodilatatori e/o cortisonici quando vi è una sottostante componente asmatica o laringite acuta. Utilizzare prodotti a base di miele e Althea officinalis in caso di tosse secca o di edera in caso di tosse produttiva. Mentre gli antibiotici – precisa Susanna Esposito – vanno riservati ai soli casi in cui si presume un’infezione di origine batterica. E’ fondamentale, comunque, evitare sempre di esporre i piccoli al fumo passivo”.
E’ invece necessario rivolgersi al pediatra “quando il bambino ha pochi mesi e la tosse è accompagnata da febbre per più di 2 giorni; quando, durante un attacco di tosse, le labbra del bambino diventano bluastre; quando il bambino respira rapidamente o con difficoltà; quando la tosse causa rumori respiratori diversi dal solito (sembra che «abbai» o «fischi»); quando la tosse è improvvisa e c’è la possibilità che il bambino abbia inalato un oggetto”.
Fonte: Askanew.it

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L'oculista: smog e pollini origini di infiammazione
L’arrivo della primavera coincide in Italia con un appuntamento fisso con le allergie da pollinazione per quasi una persona su 5 (il 19,5% della popolazione). A rimetterci sono molto spesso gli occhi: i gas inquinanti e il microparticolato si depositano sulla congiuntiva innescando una reazione infiammatoria. La persistenza dell’infiammazione altera la barriera epiteliale e attiva le cellule del sistema immunitario.
“Ci sono 4 forme di congiuntivite: la congiuntivite allergica stagionale (SAC), la congiuntivite allergica perenne (PAC), la cheratocongiuntivite Vernale (VKC) e la cheratocongiuntivite atopica (AKC) – spiega Pierangela Rubino, specialista in oculistica della Sezione di Oculistica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma, Direttore Prof. S. A. Gandolfi – la stagionale e la perenne sono le congiuntiviti allergiche più comuni e si riscontrano nel 15-20% della popolazione. Interessano i giovani adulti tra i 20-40 anni, senza predilezioni di sesso, e sono spesso associate a malattie atopiche”.
La cronica stimolazione del sistema immunitario si accompagna al rilascio di istamina e di altri mediatori dell’infiammazione, che sono responsabili della vasodilatazione e aumento della permeabilità vascolare, e quindi del rossore oculare stimolazione nervosa, che si traduce nel prurito, ipersecrezione a carico della ghiandola lacrimale, con conseguente lacrimazione. “La terapia delle congiuntiviti allergiche è quella di evitare l’agente nocivo che le causa, ma questo può risultare difficile per gli allergeni perenni e perché la superficie oculare è troppo ampia per evitare i comuni allergeni (per esempio quelli presenti nell’aria). Tra i principali trattamenti che sono utili per allontanare l’allergene – spiega l’esperta – i sostituti lacrimali che hanno la funzione duplice di diluire l’allergene e i mediatori dell’infiammazione e di rimuoverlo dalla superficie; sono coadiuvanti dei trattamenti specifici per le allergie cioè dei colliri antistaminici, di quelli con gli stabilizzatori di membrana e di quelli con il cortisone che sono usati nei casi più gravi di allergia” conclude Rubino.
Per indirizzare verso un corretto percorso diagnostico la dottoressa Rubino assieme al Gruppo P.I.C.A.S.S.O.( Partners Italiani per la Correzione delle Alterazioni del Sistema di Superficie Oculare) ha promosso, con il contributo di Thea Farma, lo smart test, grazie al quale è possibile misurare la probabilità di soffrire di occhio secco, che spesso è presente nelle congiuntiviti allergiche.
Fonte: Askanew.it

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Terza causa di morte in Italia. Eventi Alice Onlus per i 20 anni
Aprile è il mese dedicato alla Prevenzione dell’Ictus Cerebrale, patologia grave e disabilitante che, nel nostro Paese, rappresenta la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie. L’Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale – A.L.I.Ce. Italia Onlus, che quest’anno celebra i suoi primi 20 anni e nel corso di questo mese organizza nelle diverse città iniziative di prevenzione, di sensibilizzazione e di informazione su quelli che sono i principali fattori di rischio e sull’importanza del riconoscimento dei sintomi, vuole evidenziare come l’ictus non solo si possa curare ma anche prevenire nell’80% dei casi. E’ però fondamentale seguire stili di vita adeguati, attraverso un’attività fisica moderata e costante e un’alimentazione sana come quella prevista dalla dieta mediterranea. Il controllo della pressione arteriosa risulta fondamentale, fino dai 40 anni, ancora più importante nei diabetici, così come il riconoscimento della aritmia cardiaca definita fibrillazione atriale e l’astensione dal fumo.
Quasi 200.000 italiani vengono colpiti da ictus cerebrale ogni anno e la metà dei superstiti rimane con problemi di disabilità anche grave. In Italia, le persone che hanno avuto un ictus e sono sopravvissute, con esiti più o meno invalidanti, sono oggi circa 940.000, ma il fenomeno è in crescita sia perché si registra un invecchiamento progressivo della popolazione, sia perché tra i giovani è in aumento l’abuso di alcool e droghe. Fondamentale per la prevenzione è la adeguata consapevolezza da parte di qualsiasi persona dei fattori che da soli o, ancora di più, in combinazione tra di loro aumentano i rischio di avere un ictus. Tra i principali la ipertensione arteriosa, l’obesità, il diabete, il fumo ed alcune anomalie cardiache e vascolari. Da qui l’importanza del ruolo proattivo dei medici di famiglia, affinché, una volta prescritte le terapie appropriate, ne controllino la effettiva ed adeguata assunzione.
A.L.I.Ce. Italia Onlus propone una App, prodotta nel nostro Paese, Ictus 3R – che si può scaricare gratuitamente e che consente di misurare direttamente il proprio rischio di ictus. L’attenzione al peso corporeo, un’attività fisica moderata e costante, seguire un modello alimentare ispirato alla dieta mediterranea e a basso contenuto di sodio, devono rappresentare regole generali per tutti.
Negli ultimi anni l’attenzione dell’Associazione si è focalizzata in modo particolare sulla Fibrillazione Atriale, aritmia che colpisce il 4% della popolazione sopra i 65 anni ed è la causa di circa il 25% degli ictus ischemici. Circa la metà degli ictus che si verificano nelle persone di età superiore agli 80 anni è causata dalla fibrillazione atriale. A.L.I.Ce. Italia ha voluto dedicare una pagina del suo sito e una pagina Facebook a questa patologia perché chi ne è affetto vede aumentare di 5 volte il rischio di ictus tromboembolico, che risulta generalmente molto grave e invalidante. E’ importantissimo ‘intercettare’ il più rapidamente possibile i pazienti con FA. Una volta fatta la diagnosi, il passo successivo è quello di stabilire la necessità di una terapia anticoagulante per ridurre il rischio d’ictus.
Fonte: Askanew.it

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Campagna NienteMale: diversa anche la risposta ai farmaci
Caratteristiche genetiche, fluttuazioni ormonali e differenze anatomiche sono all’origine della spiccata vulnerabilità femminile al dolore. Dismenorrea, mal di testa, lombalgia, problematiche muscolo-scheletriche le sindromi algiche più comuni. Le donne rappresentano anche le maggiori consumatrici di analgesici e hanno necessità di molecole efficaci ma, al tempo stesso sicure, anche in fasi delicate della vita, come la gravidanza e la post-menopausa. Con il suo peculiare meccanismo d’azione, a livello centrale, il paracetamolo contribuisce a potenziare le difese analgesiche naturali dell’organismo.
Se ne è parlato a Milano, nell’ambito della campagna di sensibilizzazione sul dolore NienteMale, a un mese dalla 2a Giornata Nazionale della Salute della Donna, indetta dal Ministro Lorenzin per il prossimo 22 aprile, proprio con l’obiettivo di fare luce sulle problematiche di salute femminili e le specificità di genere.
Un’indagine svolta su oltre 85.000 adulti in 17 Paesi di tutto il mondo ha evidenziato come una sintomatologia dolorosa cronica di qualsiasi tipo affligga il 45% delle donne, rispetto al 31,4% degli uomini, associandosi nell’8% dei casi a depressione. Un altro studio, condotto dalla Standford University su 11.000 persone, ha mostrato che, in situazioni cliniche sovrapponibili, le femmine soffrirebbero il 20% in più dei maschi. Ma quali sono le sindromi algiche più diffuse nel gentil sesso? Alcune sono del tutto specifiche, come la dismenorrea (che, secondo la IASP, colpirebbe fino al 90% delle adolescenti e oltre il 50% delle donne adulte), o il dolore pelvico cronico. Altre si manifestano con più frequenza, rispetto al sesso maschile: l’emicrania, ad esempio (3 volte più ricorrente), la cefalea tensiva cronica (4 volte di più), l’artrosi (3 volte di più, in menopausa), la fibromialgia (6 volte più diffusa), in generale i dolori muscolo-scheletrici (dal 35 al 59% dei casi, contro il 23-49% degli uomini), come la lombalgia. All’origine di questa maggiore vulnerabilità, vi sono differenze a livello genetico, ormonale e anatomico, ma anche fattori psico-sociali. In particolare, gli estrogeni influiscono sul Sistema Nervoso Centrale, rendendolo più reattivo agli stimoli algici.
“Le donne hanno più sindromi dolorose e più malattie che causano loro sofferenza”, spiega Alessandra Graziottin, Direttore Centro di Ginecologia presso l’Ospedale San Raffaele Resnati di Milano e Presidente Fondazione Graziottin per la cura del dolore nella donna Onlus. “Sembra inoltre che riconoscano il problema dolore più precocemente, per una sorta di meccanismo autoprotettivo. Ciononostante, ricevono molta meno attenzione diagnostica e terapeutica, ritrovandosi così costrette a soffrire di più e più a lungo, con l’avanzare dell’età. Dopo la pubertà, malattie infiammatorie e autoimmuni raddoppiano o addirittura triplicano nel sesso femminile, per l’effetto degli ormoni sessuali sulle cellule che regolano le difese immunitarie. Quanto più la sofferenza persiste, tanto più aumentano i cambiamenti nel Sistema Nervoso Centrale, per cui il dolore si fa sempre più autonomo rispetto all’infiammazione e diventa malattia in sé”, spiega.
Fonte: Askanew.it

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Teodori (Enea): influenza positiva sul decorso di alcune patologie.
Il cibo può agire come un vero e proprio farmaco per ridurre i rischi di malattie. Lo evidenziano alcune ricerche realizzate da Università di Tor Vergata e Brander Cancer Research Institute del New York Medical College in coordinamento con Enea e pubblicate sull'International Journal of Molecular Science. Lo studio - spiega l'Enea - si focalizza sull'azione di alcune sostanze come polifenoli, acidi grassi polinsaturi e altre ancora, nel contrastare malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, ipertensione, obesità e senescenza e nel contribuire a prevenire l'insorgenza di tumori.
La ricerche hanno inoltre evidenziato l'azione benefica di alcuni componenti bioattivi di alimenti come il té verde, la curcumina e il resveratrolo contenuto nei frutti scuri, in grado di modulare il funzionamento di innumerevoli geni, alcuni dei quali direttamente coinvolti in molti processi cellulari. "Da questi studi arrivano nuove consapevolezze sui rischi di alterazione del metabolismo legati ad una cattiva nutrizione, ma anche su come l'alimentazione riesca ad influenzare in maniera positiva e a volte determinante lo sviluppo e il decorso di alcune patologie", spiega Laura Teodori ricercatrice del laboratorio Diagnostica e Metrologia della divisione Tecnologie Fisiche per la Salute dell'Enea. "I polifenoli contenuti ad esempio nel tè verde, intervengono nella regolazione del metabolismo epatico; gli acidi grassi polinsaturi, i cosiddetti omega 3, contenuti nei semi di lino e in molti pesci, possono modulare il metabolismo lipidico, hanno proprietà anti-infiammatorie e anti-aggreganti e sono inversamente correlati con il rischio di disturbi neurologici, come ad esempio l'Alzheimer".
Ma non è tutto. Un recente studio del gruppo di ricerca sull'ingegneria e rigenerazione/riparazione tissutale, condotto dal laboratorio di Diagnostica e Metrologia dell'Enea e le Università di Tor Vergata, Urbino e la Sorbonne di Parigi, pubblicato sull'International Journal of Medical Sciences ha dimostrato che gli omega 3 sono anche in grado di migliorare il quadro istologico e citologico nella distrofia muscolare. In particolare, è emerso che l'acido linolenico (ALA), di cui sono ricchi i semi di lino, è in grado di attenuare o addirittura risolvere il danno al sarcolemma, la membrana che ricopre le fibre muscolari, importante conseguenza della distrofia muscolare. Oltre a migliorare la miogenesi e ristabilire la morfologia muscolare, i semi di lino hanno dimostrato anche un'efficace azione antinfiammatoria.
"Il cibo è come un software plastico dell'espressione genica - continua Laura Teodori -. Mentre mangiamo oltre ad assumere sostanza e energia sotto forma di carboidrati, proteine e lipidi, incameriamo anche informazioni. Per processare l'immensa mole di dati necessari agli studi sulla genomica ed epigenomica sarebbe importante incrementare la ricerca in questo settore e istituire un centro sui 'big data', settore in cui l'Enea vanta preziose competenze e professionalità".
In occasione della giornata internazionale della donna, il prossimo 8 marzo l'Enea e l'Associazione Internazionale per la Sensibilizzazione e la Prevenzione delle Patologie della Donna - AISPPD organizzano a Roma un evento nell'ambito del quale nutrizionisti, oncologi e ricercatori discuteranno sul ruolo dell'alimentazione nella prevenzione delle neoplasie femminili.
Fonte: Askanews.it

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Nuovi dati dal Congresso "Highlights in Cardiology" a Roma.
La prevenzione degli eventi cardiovascolari, soprattutto tra i giovani, ha aperto il congresso internazionale dal titolo "Highlights in Cardiology", che si è appena concluso a Roma. Esperti italiani e internazionali hanno parlato di rischio cardiovascolare nei bambini, morte improvvisa cardiaca negli atleti, utilità dei test sotto sforzo, elettrocar-diogramma negli adolescenti. Il congresso è stato promosso dalla Fondazione Internazio-nale Menarini e presieduto da Francesco Fedele, Direttore del DAI (Dipartimento Assi-stenziale Integrato) Malattie Cardiovascolari e Respiratorie, Policlinico Umberto I Roma, e Direttore della Sezione di Cardiologia al Dipartimento Scienze Cardiovascolari, Respirato-rie, Nefrologiche e Geriatriche, "Sapienza" Università di Roma.
"Sono molte le morti improvvise in Italia, ma quello che effettivamente impressiona è il numero dei soggetti con un'età inferiore ai 35 anni colpiti, fino a mille morti improvvise l'anno, non soltanto negli sportivi ma anche nei giovani che non praticano attività sportiva - ha spiegato Fedele -. Molte di queste morti potrebbero essere evitate ricorrendo a un semplice esame, l'elettrocardiogramma. Costa soltanto undici euro e penso che sia uno strumento adatto e appropriato anche perché il solo esame fisico e la storia del paziente non identifi-cano i soggetti a rischio. L'importante è che l'elettrocardiogramma sia letto in maniera appropriata da persone competenti, cioè da un cardiologo, mentre da evitare senz'altro sono le letture automatiche tramite computer, che possono non identificare condizioni di patol-gia o addirittura creare falsi positivi".
Con queste premesse i cardiologi hanno proposto, anche in collaborazione con il Ministero dell'Università e dell'Educazione, di fare un elettrocardiogramma dopo la pubertà, cioè nell'età compresa tra i quindici e i diciott'anni. "L'obiettivo della lotta alla morte cardiaca improvvisa nei giovani ha come primo perno l'elaborazione di un protocollo di screening cardiologico: la storia familiare e personale, l'esame obiettivo (auscultazione e misura della pressione) e l'elettrocardiogramma per tutti gli studenti" prosegue Fedele. "Nei casi in cui nasca un sospetto di cardiopatia durante un elettrocardiogramma, subentra l'impiego dell'ecocardiogramma, esame di secondo livello.
Il terzo step è l'approfondimento diagno-stico nei casi non chiari, con l'impiego anche di tecniche invasive (risonanza magnetica nucleare cardiaca, esame elettrofisiologico, coronarografia, biopsia endomiocardica, mappaggio elettroanatomico del cuore) fino alla diagnosi conclusiva e alla definizione di programma terapeutico. Infine c'è il quarto step: l'esame genetico con screening dei famiglia-ri, nei casi di malattia geneticamente trasmissibile" ha aggiunto.
Fonte: AskaNews.it

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